L'azienda
del mese
Coste di Brenta, il nettare di Bacco parla abruzzese
Dopo il debutto dell’Elisio Bianco ed Elisio Rosso IGT
Colline Frentane, imbottigliati nel 2005, l’Azienda Agricola
“Coste di Brenta” si prepara al lancio del Montepulciano
D’Abruzzo DOC e del Trebbiano DOC, altri fiori all’occhiello
delle proprie produzioni
Azienda Agricola “Coste di Brenta”
C. da Camicie n° 50, Lanciano (CH)
Sede Legale: C.da Saletti 73, 66041 Atessa (CH)
Tel/Fax 0872.895280
web: www.costedibrenta.it
info@costedibrenta.it
di Anna Giovanna Di Ludovico e della
redazione
Anche
questo mese vogliamo occuparci delle ottime produzioni e della grande
passione che l’Azienda Agricola “Coste di Brenta”
mette nella produzione di nettari di Bacco degni dei palati più
raffi - nati. Dal 2004, anno della prima vinifi cazione, l’Azienda
situata nel cuore del lancianese, a due passi dal mare e dagli splendidi
scorci montuosi della Maiella, mette a frutto la grande tradizione
e l’amore per la terra che il titolare, Augusto Tano, ha ereditato
dal proprio padre e, prima ancora, dal proprio nonno. Due i fi ori
all’occhiello dell’Azienda “Coste di Brenta”,
Elisio Bianco ed Elisio Rosso IGT Colline Frentane, imbottigliati
nel 2005, che hanno già avuto modo di essere molto apprezzati
da enoappassionati ed “addetti ai lavori”. E mentre
si attende l’atteso debutto degli altri vini custoditi gelosamente
nelle cantine della provincia di Chieti, il Montepulciano D’Abruzzo
DOC e il Trebbiano DOC, vogliamo percorrere, insieme a voi, l’ampia
piattaforma ampelografica abruzzese, che proprio nel teatino vanta
gli indici maggiori. Oltre il 90% dell’intera superfi cie
vitata è rappresentata da due soli vitigni: il Montepulciano
ed il Trebbiano. Tuttavia trovano spazio molti vitigni autoctoni
alcuni dei quali già diffusamente presenti in molte aree
del territorio, come la Passerina ed il Pecorino, altri invece in
fase di recupero e di iscrizione nel registro nazionale delle varietà
come il Moscatello di Castiglione a Casauria.
Per quanto concerne l’ampelografia abruzzese, da circa un
decennio l’ARSSA (Agenzia Regionale per i Servizi di Sviluppo
Agricolo) ha avviato l’attività di selezione clonale
e sanitaria dei vitigni abruzzesi con la collaborazione scientifi
ca dell’Università degli Studi di Bari indispensabile
per i migliorare i vini di questa regione nel segno della tipicizzazione
e dell’originalità.
Con questo studio sono stati individuati oltre 600 ceppi, osservati
in pieno campo e saggiati per le principali virosi. Purtroppo una
elevatissima percentuale è risultata affetta da una o più
virosi e perciò è stata esclusa dalla possibilità
di proseguire il processo. I vitigni posti in selezione sono stati:
Montepulciano (nero), Trebbiano d’Abruzzo (bianco), Pecorino
(bianco), Passerina (bianco), Sangiovese (nero), Ciliegiolo (nero),
Moscato (bianco), Malvasia (bianco), Biancame (bianco), Maiolica
(nero), Gaglioppo (nero), Montonico (bianco), Moscato (nero), Cococciola
(bianco).
Solo per il Montepulciano, il Trebbiano Abruzzese, la Passerina,
il Montonico, il Pecorino, la Malvasia e la Cococciola, sono stati
individuati ceppi “interessanti” e sani. Per gli altri
vitigni e per altri candidati cloni di quelli già interessati
sono in corso ulteriori ricerche e processi di risanamento.
Con i candidati cloni validi (circa 20 di 7 vitigni) sono stati
realizzati i vigneti di confronto per l’omologazione in ambienti
diversi.
Occorre precisare che la moderna gestione della viticoltura ha in
parte superato anche il concetto del vigneto clonale, per passare
a quelli policlonali. Infatti, è proprio dall’insieme
delle caratteristiche produttive di più cloni che si possono
ottenere produzioni enologiche di grande qualità. In proposito,
si può ritenere che le migliori qualità di campagna
dei vini abruzzesi si ottengono proprio dalle uve dei vigneti più
vecchi, dove sono presenti ceppi con caratteristiche diversifi cate.
Per quanto riguarda gli altri vitigni autoctoni, ora “minori”,
il loro recupero e selezione consentirà di ampliare la base
delle varietà disponibili regionali e permetterà sia
di produrre nuovi vini in purezza, quali Pecorino e Passerina, sia
l’effettuazione di uvaggi diversi e di più elevata
qualità. Il lavoro di riqualifi cazione del comparto vitivinicolo
abruzzese - che è passato tanto attraverso l’aumento
della produzione dei vini DOC e l’introduzione di 9 IGT, quanto
attraverso la diversifi cazione da parte dei produttori dell’offerta
di vini non solo bianchi, rossi o rasati ma anche novelli e spumanti
questi ultimi ottenuti con l’impiego di vitigni autoctoni
quali il Trebbiano, la Passerina e il Pecorino – non è
riuscito a cancellare del tutto i fattori di criticità esistenti:
congiunturale squilibrio della domanda/ offerta, necessità
di accelerare i processi di innovazione qualitativa ma anche della
grande forza produttiva, imprenditoriale e territoriale che la sua
base associativa può esprimere.
Dalla necessità di porre rimedio a questi problemi ha presso
le mosse la costituzione nel dicembre 2002 del Consorzio di tutela
Vini d’Abruzzo che oggi conta circa 6.000 soci viticoltori
e 45 soci vinifi catori-imbottigliatori che rappresentano oltre
il 60% dell’intera produzione a DOC della regione. Sin dall’atto
della sua costituzione, l’obiettivo di questo organismo è
stato quello di elaborare un Piano Strategico di portata pluriennale
che ne possa orientare le scelte più signifi cative, corredandolo
di un progetto di Promozione e Comunicazione con esso coerente.
VITIGNI A BACCA BIANCA
Trebbiano Abruzzese e Trebbiano Toscano
Si ritiene che la presenza del vitigno Trebbiano nell’Italia
centrale risalga all’epoca romana, anche se non esistono certezze
storiche. Plinio infatti, descrive un ‘Vinum Trebulanum’,
il cui nome secondo il Prof. Franco Cercone è dato dall’aggettivo
trebulanus, derivante dal sostantivo trebula, con il signifi cato
di casale o fattoria, ma non è certo che questo si riferisse
anche al vitigno. Il termine Trebbiano, secondo la sua etimologia,
indica quindi in via generale un vino bianco locale, che oggi defi
niremo ‘paesano’ o ‘casereccio’, prodotto
nei vari poderi o fattorie di campagna per l’uso degli stessi
contadini. Ma il Prof. Mariano Corino, curatore della traduzione
dell’opera De Naturali Vinorum Historia de Vinis Italiae del
Bacci, fa spesso riferimento al vino Trebulano proveniente da Trebula,
oggi Treglia, in Campania.
La presenza storica del Trebbiano in Abruzzo risale al 1550 e si
rileva più tardi anche nella monografi a di Raff aele Sersante
del 1856, che ricorda come questa varietà fosse largamente
diff usa e nota, non solo nel mondo rurale, con la designazione
di ‘uva passa’. Oggi un gran numero di vitigni portano
il nome di Trebbiano, sovente accompagnato da un nome geografi co
che dovrebbe indicare il luogo di origine o di maggior diffusione,
ma tentare di descriverne le diff erenze fra i vari cloni è
impresa assai ardua. Infatti per molti anni il Trebbiano Abruzzese
è stato confuso con il Bombino Bianco, tanto che nel disciplinare
di produzione del Trebbiano d’Abruzzo è riportato tutt’oggi
che il vino “deve essere ottenuto dalle uve provenienti da
vigneti composti dai vitigni Trebbiano d’Abruzzo (Bombino
Bianco) e/o Trebbiano Toscano ...”.
Il Trebbiano Abruzzese, iscritto nel catalogo nazionale delle varietà
nel 1994 (D.M. 24.11.1994), appartiene quindi alla grande famiglia
dei Trebbiani e, come aff erma Giancarlo Moretti nel volume Il Trebbiano
d’Abruzzo, è molto vicino alla tipologia Biancame,
un biotipo del Trebbiano Toscano. Nel complesso il Trebbiano presente
in Abruzzo (circa 14.000 ettari) ha grappolo grande più o
meno alato, compatto o molto compatto, a forma piramidale. È
un vitigno a germogliamento mediotardivo, così come la maturazione
che, nel Toscano, è leggermente anticipata rispetto all’Abruzzese
(indicativamente dal 20 settembre al 10 ottobre). Si ottengono vini
di colore giallo paglierino, più o meno carico, con rifl
essi appena verdognoli, profumi più o meno intensi ed abbastanza
persistenti di frutta e fiori, con tipico retrogusto di mandorla
amara. Eccellenti sotto il profi lo olfattivo e gustativo sono i
vini ottenuti con l’uso di affi namento in legno, sia in botti
piccole che in tini di maggiori dimensioni.
Passerina
Appartenente alla famiglia dei Trebbiani, questo può
essere considerato un vitigno autoctono delle regioni centrali dell’Italia.
Viene coltivato su modeste superfi ci, soprattutto nelle Marche
ed in Abruzzo, dove ha avuto diverse denominazioni: Trebbiano Campolese
o Camplese nel teramano e nell’aquilano, Trebbiano Scenciato
nel chietino e Trebbiano Dorato nel pescarese. Il grappolo è
medio, quasi spargolo, alato-composto.
La maturazione è medio-tardiva, caratterizzata dalla lenta
accumulazione degli zuccheri, senza che al contempo si verifi chi
una proporzionale demolizione dell’acidità. La Passerina
ha dimostrato una buona resistenza alle principali avversità,
compresa la botrite, assicurando inoltre buone produzioni per ettaro.
Il vino prodotto è di colore giallo paglierino con rifl essi
verdognoli, a volte dorati; aromi fruttati, fl oreali e speziati,
con sentori di agrumi e vegetali secchi, abbastanza intenso e persistente;
normalmente acidulo, con retrogusto amarognolo e buona struttura.
Cococciola
Vitigno autoctono abruzzese a bacca bianca, coltivato soprattutto
in provincia di Chieti, nei comuni di Vacri, Ari e Rocca San Giovanni
e presente solo sporadicamente in altri territori viticoli regionali.
Viene usato solo in uvaggio con altre varietà, in particolare
con il Trebbiano.
Il grappolo è grande, spesso alato e irregolare, più
o meno compatto, a maturazione tardiva (indicativamente prima decade
di ottobre).
Il vino prodotto è di colore giallo paglierino scarico, di
media struttura, con un’acidità sostenuta che si conserva
per lungo tempo ed un tipico aroma erbaceo poco intenso e persistente.
Pecorino
Vitigno di origine incerta che appartiene all’antica
famiglia dei Trebbiani ed è presente da lungo tempo nelle
regioni dell’Italia centrale (Marche ed Abruzzo in particolare),
dove è probabilmente noto anche con denominazioni diverse.
Il grappolo è medio, lungo, piramidale-cilindrico, spesso
alato, semiserrato o spargolo. La maturazione è medio-precoce,
appena precedente quella del Trebbiano Toscano, intorno alla seconda
decade di settembre.
Buone le rese per ettaro. Dalla vinificazione in purezza si ottiene
un vino dalla spiccata tipicità, di colore giallo paglierino
con rifl essi lievemente dorati o verdognoli; dai profumi abbastanza
intensi e persistenti di fi ori e frutta, in particolare di mela
e banana, e di spezie. È mediamente acido, lievemente amaro
e possiede una buona struttura.
Montonico Bianco
Il vitigno Montonico è presente in Abruzzo almeno
dalla seconda metà del 1800 ed è coltivato soprattutto
nella provincia di Teramo (Montonico di Bisenti e Poggio delle Rose).
Il grappolo è grande, lungo, compatto o molto compatto, cilindrico-piramidale.
La maturazione è tardiva ed avviene in media nella seconda
decade di ottobre, ma il periodo di raccolta può variare
in funzione dell’uso del mosto, anticipandolo quando viene
utilizzato per base spumante, grazie alla sua discreta acidità.
Predilige un ambiente temperato fresco, su terreni non molto fertili
e presenta un comportamento vegeto-produttivo abbastanza incostante.
Il vino prodotto è di colore giallo più o meno carico,
a volte con rifl essi verdognoli, di gradazione medio-bassa, con
lievi profumi di frutta e spezie, lievemente astringente e di buona
struttura.
VITIGNI A BACCA ROSSA
Montepulciano
La prima notizia storica sulla presenza del vitigno Montepulciano
in Abruzzo è contenuta nell’opera di Michele Torcia
dal titolo Saggio Itinerario Nazionale pel Paese dei Peligni (Napoli
1793). Durante il suo viaggio, fatto nel 1792, l’archivista
e bibliotecario di Re Ferdinando IV ebbe infatti modo di osservare
il vitigno Montepulciano e di degustarne il vino nell’agro
sulmonese, da lui defi nito per la feracità del suolo “la
vera tempe dell’Italia”. La provenienza di questo vitigno
nell’area sulmonese resta sconosciuta ma, come aff erma il
Prof. Franco Cercone (ndr. Storico e studioso della materia), l’ipotesi
più accreditata è che esso provenisse dal territorio
del comune di Montepulciano, in Toscana, con il nome di Prugnolo,
cambiato da subito in Montepulciano, secondo la consuetudine dell’epoca
di chiamare con il nome geografico di provenienza i vini e spesso
anche i relativi i vitigni. A prescindere comunque dal vero luogo
di provenienza sta di fatto che in Abruzzo nei primi decenni dell’ottocento
il vitigno Montepulciano restò in splendido isolamento nella
Conca Peligna, dove ebbe modo di rinnovarsi e di evolversi sotto
il profi lo ampelografi co, come ci conferma Panfi lo Sera- fi ni
(Sulmona 1817-1864) nella Monografi a Storica di Sulmona, apparsa
nel 1854 a Napoli sul notissimo periodico Il Regno delle Due Sicilie
Scritto ed Illustrato, quando dice: “Le viti più comuni
sono il Montepulciano, sia primaticcio, sia cordisco, o tardivo”.
La presenza del vitigno Montepulciano in terra d’Abruzzo risale
quindi ad oltre due secoli. Qui, grazie al particolare microclima
della regione, ha trovato le migliori condizioni per vegetare e
produrre vini di grande valore, pieni, robusti e al contempo eleganti
e profumati. Il Montepulciano si può quindi considerare a
tutti gli eff etti un vitigno autoctono abruzzese ed attualmente
conta per circa il 50% della superfi cie vitata regionale, ossia
circa 18.000 ettari.
È un vitigno a bacca rossa, mediamente vigoroso, con foglia
medio-grande pentalobata, grappolo mediamente compatto di forma
piramidale conica, spesso alato, acino leggermente ovoidale con
buccia pruinosa e consistente.
È un vitigno piuttosto tardivo, poiché la maturazione
si colloca quasi sempre nella seconda decade di ottobre.
In linea generale il vitigno Montepulciano dà un vino dal
colore rosso rubino con rifl essi violacei, profumi di viola, ciliegia,
amarena, frutti di bosco, liquirizia e tabacco.
Buono anche da giovane, è ben disposto per l’invecchiamento
in bottiglia.
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