Prodotti o “products”?
Il futuro dei prodotti tipici è nell’informazione.
Si tratta di un “business” che potrebbe avere elevati
margini di
crescita: 13-15 miliardi di euro, vini esclusi, entro il 2005.
A cura di Vittoria La Porta
In Italia vi sono 431 denominazioni, di cui 77 Dop, 34 Igp
e 320 tra DOC e DOCG. Il settore è estremamente frammentato,
se si considera che solo il 4% delle denominazioni supera i 100
miliardi di giro d’affari, mentre circa la metà non
arriva a 10 miliardi. Si tratta di un “business” che
ha ancora elevati margini di crescita: secondo Nomisma ci sono le
potenzialità per raggiungere nel medio termine (entro il
2005) un giro d’affari, vini esclusi, pari a 13-15 miliardi
di euro, passando dall’attuale 8% a oltre il 20% del totale
delle spese alimentari.
In
generale, i consumatori italiani ed europei sono interessati ai
prodotti tipici, ma solo il 30-35% riconduce la tipicità
all’origine geografica. Ancora scarsa, inoltre, è la
conoscenza dei marchi di tutela e certificazione: l’80% degli
italiani, infatti, dichiara di non conoscere le Igp e il 72% ignora
le Dop.
La valorizzazione dei prodotti tipici, quindi, richiede in primo
luogo un’adeguata informazione. Il consolidamento della percezione
da parte del consumatore della qualità e dell’unicità
di questi prodotti, con una seria e precisa differenziazione di
elementi chiaramente distintivi, che mettano al riparo da acquisti
di prodotti contraffatti o per i quali è stato indebitamente
o impropriamente utilizzato il sistema della denominazione di origine,
è il passo da intraprendere per lo sviluppo di questo mercato
e per far rientrare, a pieno titolo, le nostre tipicità nella
grande mela della globalizzazione.
Alla cura della fase produttiva, quindi, dovrà corrispondere
un’adeguata strategia di comunicazione per sottolineare, attraverso
l’intero mix delle leve di marketing, le differenze di un’offerta
tipica che si pone nei confronti del consumatore quale punto di
riferimento qualitativamente affidabile e sicuro.
Cos’è il posizionamento
Il “posizionamento” è considerato una strategia
di comunicazione vincente perché tende a “conquistare
una posizione nella mente del potenziale cliente. Una posizione
che prenda in considerazione i punti deboli e i punti forti dell’azienda
stessa, ma anche quelli dei concorrenti”.
Anche se si parla di “posizionamento del prodotto”,
il posizionamento non indica un intervento sul prodotto, ma quello
effettuato sulla mente del potenziale destinatario della comunicazione.
A chi è diretta la comunicazione? Naturalmente a quei segmenti
di domanda verso i quali orientato il prodotto.
Che cosa comunicare? Certo, oggetto della comunicazione è
il prodotto, che quindi innanzitutto deve esistere. Anche se tale
affermazione può apparire lapalissiana, c’è
ancora chi ritiene di poter intraprendere iniziative di comunicazione
e di promozione a prescindere dal prodotto. Poi bisogna decidere
quali aspetti del prodotto è meglio evidenziare, nel nostro
caso la tipicità. Ed è una scelta che anche in questo
caso sarà guidata dai risultati emersi dall’esame delle
tendenze dei segmenti di domanda e dai bisogni da questi espressi.
Quali obiettivi si pone? Se non si definiscono gli obiettivi, come
si potrà verificare il successo dell’operazione?
Soltanto procedendo attraverso queste fasi preliminari si potranno
scegliere i mezzi di comunicazione più appropriati.
Food style
Qualsiasi azione di mercato si voglia intraprendere, bisogna tener
sempre conto delle esigenze dei consumatori, i cui bisogni sono
in fase evolutiva, ma la cui massa - per aree di consumo e di comportamento
d’acquisto - non si sta rivelando a favore dell’artigianato
e della distribuzione tradizionale per i seguenti motivi:
• minore disponibilità per le spese di prodotti alimentari
(ricerca dei prodotti più convenienti);
• riduzione dei valori assegnati alla tradizione alimentare
(diminuzione del valore dei prodotti speciali percepito);
• diminuzione del tempo dedicato ai processi dell’alimentazione,
dalla spesa alla preparazione (incremento dei prodotti ad alto contenuto
di servizio e della distribuzione moderna):
• ulteriore destrutturazione della popolazione per quanto
concerne gli stili di vita (segmentazione del mercato alimentare
per categorie merceologiche e posizionamenti di marketing).
Tutte
queste linee di tendenza nei comportamenti di consumo si oppongono
allo sviluppo del prodotto artigianale e favoriscono sempre di più
il prodotto industriale e la grande distribuzione.
Questo consente però lo sviluppo di fasce di consumatori
in controtendenza rispetto ai modelli principali: consumatori che,
per rifiuto dell’omologazione, aderiscono a comportamenti
che potremmo definire “di nicchia”.
Tra i consumatori del prodotto artigianale si possono individuare
due opposti orientamenti di massima¹:
• I tradizionalisti - Sono gli attuali consumatori dei prodotti
artigianali che tendono a rifiutare la modernità (tutto ciò
che è vecchio è buono e ciò che è nuovo
è cattivo). Tuttora numerosi, sono in fase di forte declino
per motivi anagrafici.
• Gli innovativi - Sono i nuovi consumatori evoluti, non conformisti.
Non rifiutano la distribuzione moderna e il prodotto industriale,
ma ne percepiscono i limiti. Hanno un modello alimentare evoluto
in cui rientrano i prodotti industriali e quelli artigianali.
Non particolarmente numerosi ma in fase di crescita, gli innovativi
sono il mercato - obiettivo del futuro verso cui bisogna puntare,
proponendo prodotti di qualità diversi da quelli industriali
per contenuto, ma anche diversi per packaging, marchio e punto vendita.
I consumatori sono sempre più attratti da prodotti alimentari
tipici di qualità, di cui richiedono certezze sull’origine
e garanzie sulla lavorazione.
Da una recente ricerca Eurobarometro², realizzata
su un campione di 16.000 cittadini dell’UE, è emerso
che oltre il 30% degli intervistati attribuisce grande importanza
all’origine (paese o regione) di provenienza dei prodotti
alimentari che acquista. Un dato presentato in un’altra ricerca
condotta su 4.000 famiglie italiane mette in rilievo come spesso
il consumatore fatichi a riconoscere un prodotto tipico, mentre
il 34% del campione individua facilmente nella marca un indice di
attrattiva del prodotto agroalimentare. Per riposizionare il prodotto
tipico, soffocato dalla standardizzazione e dalla pubblicità,
occorre innanzitutto individuarlo esattamente a livello tecnico
e giuridico, affinché si mantenga inalterato nel tempo e
si preservi dall’estinzione, ma soprattutto, per far fronte
alle esigenze conoscitive del consumatore, incentivarne la promozione
attraverso forme di comunicazione non massificate e in simbiosi
con il territorio stesso.
Per questo l’applicazione dei regolamenti comunitari 2081
e 2082 del 1992 in materia di denominazione d’origine si è
rivelata indubbiamente di grande utilità, ma non certo una
soluzione di mercato.
¹) A. Di Meo, Il marketing dell’ambiente e della
cultura per lo svilppo turistico del territorio, Lupetti, 2002,
p.211.
²) Elaborazione Naomisma, su dati forniti dall’Inra-Eurobarometro,
“Indagine prodotti tipici 2000”.
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